IL BUCATO: IL COLORE DI UNA STORIA

lavandaie

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E mentre gli uomini partivan per la guerra
io lavoravo giorno e notte la mia terra.
Fiera portavo il letame sulle spalle
per poi piantare due patate in primavera.

Chiudevo i miei bambini nella stalla
e svelta andavo a scaricare il grano.
Aravo, erpicavo e aiutavo a trebbiare
con mani forti, sempre pronte a faticare.

E tra canti e stornelli impertinenti,
ricordo le capre appena munte,
giù nella stalla l’antico odor di fieno
sapor di latte uscìa dal loro seno.

Le donne, tutte quante avean pensato
di venire un dì di festa a far bucato,
non senza qualche bisticcio
si sciacquava e si sciorinava,
mentre un dolce canto nel meriggio
il suo perduto amor invocava.

Sbattevano aiutandosi a vicenda,
piegavano e spandean come onde
sull’erba verde li accarezzava il vento
le macchie più ostinate sparivan per incanto.

Ecco il bucato candido e lisciato
che profumava di aria e di pulito,
era stirato solo con le mani, eh già!
Era di un bianco che si chiamava Olà.

Mie care massaie, oggi più di ieri, si sa
che dove arriva il famoso Olà,
lo sporco più sporco se ne va.
Il bucato di una volta ha lasciato il segno:
bianco come una colomba
è volato via come un sogno.

Teresa Averta

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