LA MASCHERA E’ COMODA…MA IO PREFERISCO RESPIRARE E VIVERE

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Quanti strumenti scordati, quante note stonate nel concerto della grande vita universale, a causa di tale inconsapevolezza! Quante occasioni mancate, quanta bellezza sprecata, quanto amore dissipato a causa della nostra incapacità di guardarci dentro e riconoscere la nostra verità interiore!
Quanti compromessi, quante meschinità, quante inutili sofferenze – subite e inflitte all’altro, al TU – a causa di questa fondamentale mancanza di coraggio, di onestà intellettuale e morale verso se stessi e verso il prossimo! Si potrebbe dire, senza timore di esagerazione, che la vita umana sulla Terra potrebbe essere tutt’altra cosa se soltanto ciascuno di noi fosse in grado di elaborare quel minimo di lealtà e di dignità personale che consistono nello sforzo di vedersi, spogliati di tutte le maschere e di tutti i travestimenti, per ciò che si è veramente in fondo all’anima. L’anima: questa parola ormai quasi caduta in disuso, che la cultura scientista oggi dominante guarda con disprezzo misto a repulsione, come un retaggio di antiche epoche d’ignoranza e oscurantismo; e che invece è la parola-chiave per riappropriarci di noi stessi, delle nostre più profonde aspirazioni, della nostra più sublime nostalgia di ciò che è buono, bello e vero!
Ma perché bisognerebbe darsi tanto da fare – qualcuno potrebbe chiedere – per mettersi a nudo con se stessi, se si può vivere benissimo anche in maschera, come altrettanti rinoceronti che si spacciano per esseri umani. A che scopo abbandonare le confortevoli protezioni, gli astuti camuffamenti dei quali ci adorniamo per proteggerci dai colpi che la vita c’infligge senza tanti complimenti; perché mai denudarsi in mezzo a uomini e donne vestiti di ferro, con l’evidente pericolo di finire stritolati come il proverbiale vaso di coccio?
La risposta è abbastanza semplice: perché, senza un doveroso auto-riconoscimento, noi non possiamo nemmeno scegliere noi stessi e la nostra vita, ma soltanto subire quella inconsapevolezza che ci trascina da una situazione falsa ad un’altra, da un’ipocrisia ad un’altra, da un meschino compromesso all’altro, sempre più in basso e, soprattutto, sempre più lontani da una possibile felicità. Infatti il nascondimento, il calcolo e la finzione finiscono per portarci, alla fin fine, verso la destinazione esattamente contraria a quella che ci avevano ingannevolmente promesso: il raggiungimento della felicità. I beni ci possono venir tolti in qualsiasi momento, non sono mai stati veramente nostri; e anche del benessere interiore possiamo venire spogliati nella maniera più brutale, se esso è costruito non sulle solide basi dell’autenticità e della consapevolezza, ma sulle basi effimere e illusorie di circostanze puramente estrinseche, di equilibri che non dipendono realmente da noi, ma solo da un concorso di elementi (apparentemente) favorevoli.
Detto questo, che cosa significa esattamente scegliersi? Non è forse sufficiente essere vivi e respirare, mangiare, dormire, parlare, stringere rapporti, esplicare attività? Tutte queste cose che noi quotidianamente facciamo, non sono forse ciò che determina il nostro essere?
Che bisogno c’è insomma di scegliersi, quando noi non possiamo essere nient’altro che quello che già siamo? Ecco il grande errore, il grande equivoco, il grande fraintendimento: credere che esistere ed essere siano la medesima cosa; e che basti esistere per essere, automaticamente.
Invece non è affatto così:una cosa è ESISTERE, altro è ESSERE. È che la natura umana non è qualcosa di statico e di dato una volta per tutte, ma un qualcosa di dinamico, in perpetuo movimento. Siamo frecce scoccate verso qualche cosa che sta oltre di noi – direbbe Nietzsche -; siamo l’aspettativa e la promessa di un qualcosa che deve ancora incominciare ma che può effettivamente cominciare, qui e ora, se noi lo vogliamo e lo vogliamo fortemente.

Teresa Averta

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