TERRA DI NESSUNO

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A cosa servo? Ormai a poco!

Di me, pastore nomade, che se ne fanno? Che se ne fa il mondo di un povero e ignorante pastore come me?

Sono un peso, un girovago… sulla mia terra natia… non ho più la possibilità di accampare diritti su questa terra, terra che amo, terra che mi appartiene. Se ci penso…mi sale il sangue alla testa.

Dalla Sila all’Aspromonte la Calabria grondava latte, e ora non ci sono neanche le mucche pazze.

Una volta, mentre le stelle si accendevano sui monti del Pollino, chiedevo a mia moglie di mettere sul fuoco una bella zuppa di cipolle e oggi, i fornelli sono in ferie perenne, perché anche lei travolta da un insolito destino…e si eh, dal destino di un tempo virtuale, di un tempo tecnologico, scrive al computer. Invia messaggi di posta elettronica e chatta con i miei figli che studiano a Londra.

Sono un pastore di Calabria, triste, perché la mia terra è abbandonata. Abito una terra affascinante ma deserta, dove non sono rimaste neanche le lucertole per scaldarsi al sole, ma son scappate via, perché il sole brucia, brucia di malinconia.

Non so più, dove andare…e cosa fare. Non c’è più vita in questa bella e infelice terra. Sono qui, adagiato sulle pietre dure di una storia stanca, che non vuol finire, ma non ha la forza, neanche di morire.

Sono qui, solo con i miei ricordi, indispensabile vincastro per la mia vecchiaia. Che mi da sicurezza.

Com’era bello, una volta, quando tornavo dalle fiere pugliesi e lucane.

Io pastore calabrese, giovane e forte come un toro, tiravo con me, mule cariche d’oro, sacchi tintinnanti che seppellivo nelle fondamenta di palazzi monumentali.

Ogni chiesa, ogni capitello, ogni portale di quelle valli è cresciuto su montagne di lana. Costruivo…con le mie pecore. Costruivo la vita. Costruivo la storia.

Era un immenso belato. Era un belato ululato, l’eco dentro la valle del tempo, il grido spinoso, di un lupo affamato di vita, di storia, di natura e poesia.  «Settembre andiamo, è tempo di migrare», scriveva Gabriele d’ Annunzio, amico del mio peregrinare.

Anche oggi è tempo di andare, ma per sempre… questa non è terra di vita, ma solo terra di passaggio e di memoria.

La terra dei pastori…non c’è più…

Eravamo un popolo di pastori e oggi siamo un popolo di strani colti, e di incolti funzionari, di eretici portieri e di bidelli bighelloni che rinnegano il loro passato.

Un passato che non serve, perché l’hanno sepolto…come una carogna puzzolente…ma pur sempre passato glorioso o no, ma pur sempre zeppo di Magna Grecia.

Ah poveri noi, anzi che dico, più forte voglio dirlo, e gridarlo: miseri noi!

Non siamo più carne nostrana, e la gente che ci guarda con sufficienza, corre a comprare insipida carne straniera sui banconi luccicanti dei supermercati. Carne piena di cancro e di muffa.

Che volevamo? Questo e pure peggio ci tocca!

La nostra casa, la nostra madre terra avvelenata da ingiusti rancori. Avvelenata e vituperata dai suoi stessi figli, che ha tenuto nelle calde viscere.

Il prezzo da pagare è molto alto. E si paga. E lo pagherà chi camperà più a lungo. Lo pagherà chi verrà dopo di noi.

Strano e maledetto destino a chi se la prende con la propria terra: un secolo e mezzo dopo l’Italia unita sta dando il colpo di grazia ai nipoti di quegli indomabili, spazzando via l’ultima sacca di resistenza, il mondo agropastorale, il mio mondo pulito e naturale, il mondo dei pastori.

I pastori: gente sporca di terra nera, ma che profuma di dignità. Gente povera e umile ma non analfabeta di sentimenti, cui viene tagliata ogni possibilità di riscatto.

L’Italia è diventata terra di porci e di cinghiali. Un prato devastato con la forza e l’ambiguità.

Mi sono stancato e rannicchiato sui miei insulsi e veri pensieri, stasera. Mentre attendo il tramonto.

E volgo lo sguardo al cielo, un’ultima volta, prima che si accendano le stelle sui monti del Pollino.

Ora, chiudo la finestra di un mondo ingiusto e corrotto prima che mia moglie se ne torni, in questa piccola cucina, dove il focolare l’aspetta; in questa piccola cascina in affitto, dove ogni giorno, bisogna fare quadrare i conti per procurarsi un pezzo di pane e un bicchiere di latte, e dove bisogna, purtroppo fare i conti con un futuro che non c’è.

In questo momento unico e irripetibile, perchè ogni giorno non è uguale agli altri, sui monti degli appennini, in questa vecchia ma calorosa cascina, ci si scalda una bella zuppa di cipolle sul fuoco. È la nostra zuppa genuina e fresca preparata con le migliori verdure del nostro piccolo orto.

E mentre la consumiamo…sul computer di mia moglie- io non sono tecnologico- arriva un messaggio di posta elettronica dei nostri figli che studiano a Londra.

Sono ragazzini svegli e allegri, come in città non ne trovi più, e ci seguono per chilometri portandosi dietro i libri di scuola, sempre con un occhio alla montagna, alla nostra e amata terra, dove passano le pecore e i lupi. E purtroppo anche i porci e i cinghiali.

La sera andiamo a letto presto. Perché la mattina ci si alza prestissimo, per dare il mangiare a quelle poche creature animali rimaste.

L’ovile è la solitaria reception di un campeggio abbandonato, un rudere pieno di vento dai vetri rotti, ma lo stesso il rientro del gregge è una festa grande.

È un rito quasi liturgico ormai, quando a un tratto, i capretti rimasti alla base, sentono l’arrivo delle madri ed escono tutti a valanga, calamitati da quelle tette gonfie di buon latte montanaro, schiamazzando come bambini alla fine dell’asilo.

Una scena millenaria. Il gigante buono adora quel lavoro. E Il pastore intelligente è quasi sempre buono.

Per ognuna delle mie bestie avevo costruito un collare decorato in legno d’acero. Perché le mie pecore erano eleganti come me. Vestite di dignità.

Ma ora è pieno d’amarezza, pieno di nefandezze, e la terra è bruciata, bagnata dal veleno, insudiciata da lupi famelici che hanno divorato tutto: semi, fiori e verità, hanno strappato piante, alberi e dignità…non hanno lasciato neanche un briciolo di pane e dignità.

E non ne ho più…pane, neanche per offrirglielo a miei figli quando torneranno.

Se torneranno… in questa terra di Nessuno

Teresa Averta

IL RACCONTO DI UN PROFUGO

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Non posso dimenticare il pianto di bambini migranti… lì sul limbo serbo dopo aver attraversato la rotta balcanica.

Ho visto adulti e bambini ammalarsi, e morire di fame e di freddo.

Ho fatto migliaia di chilometri a piedi, per arrivare sino a qui, con quei pochi soldi risparmiati in tutta una vita: denaro raccolto facendo le collette davanti alle chiese; ho venduto la casa che mi aveva lasciato mia madre e gli animali.

Ora non ho più paura, il freddo è il meno che mi possa capitare.

Voglio andare avanti, come gran parte dei profughi afghani e pakistani accampati dentro le stazioni, ho attraversato mari e montagne in Iran e Turchia, mi sono fermato nei centri di accoglienza greci, bulgari, macedoni, prima di raggiungere Belgrado.

Vorrei che qualcuno mi aiutasse, aiutasse la nostra gente.

In verità io penso che la gente non sia così stupida, ha solo bisogno di verità la gente come me…

Mi sento completamente disarmato di fronte a tanta sofferenza.

Siamo poveri e spogli di tutto e tanto sporchi di fango, ma quello che mi fa più male è il fango della loro indifferenza. L’indifferenza di chi sta meglio di noi, e non capisce e non può capire perché ha avuto una vita più facile della nostra.

Oh Dio, quanto vorrei trovare un pezzo di terra, un pezzo di campo profughi dignitoso, di attesa, dove le persone possono almeno nutrirsi e dormire. Un angolo anche buio e sporco ma pur sempre un posto per questi bambini costretti al nomadismo e alle privazioni, un momento di scuola dove trovarsi.

Cammino dentro la Storia. Una parte di Storia che non avrei mai voluto vivere.

Dio, come sono straordinari quei bambini sfortunati, e nei loro occhi s’intravedono ancora le fiamme dell’inferno. Hanno ancora i segni di quelle fiamme, li portano anche sul viso, sulle braccia, sui piedini scalzi.

Le mie parole si perdono oltre la sconfinata vallata.

Perché è facile parlare di guerra senza averla mai vista, senza saperne nulla, senza conoscerne gli effetti devastanti sulla vita – ma quando ti ci trovi davanti, capisci che le parole giuste, in realtà, non esistono.

Esistono, al più, silenzi giusti, e forse, in taluni casi, neanche quelli.
Decine di centinaia di famiglie siriane sono fuggite dal clamore della guerra, nascoste in silenzio in casolari, stalle, garage abbandonati di questa splendida, meravigliosa città di frontiera.

Rifugi abbandonati da chi, prima di loro, è fuggito dal fragore dei missili, dalla certezza della morte.

 Da questo confine sono verosimilmente passati più di quattro milioni di profughi.

Un’intera generazione di bambini siriani sta crescendo senza avere mai conosciuto la pace.

Non c’è stata pace per noi. La mia infanzia era scandita da bombe e morti, mio padre restava nascosto in casa per non essere preso e mandato a combattere contro gli iraniani in una guerra non nostra.

La mia, era una bella famiglia, ricca delle cose essenziali, amore e cultura; amavo la musica e i miei mi fecero studiare pianoforte.

Non potendo mai uscire da casa per la guerra, suonavo tutto il giorno la pianola… poi un giorno, decisi di scappare.

Ben presto, però l’invasione irachena spezza ogni sogno e ci costringe a un esodo biblico: tra le colonne interminabili che s’inerpicano sulle montagne desertiche, c’è anche il mio piccolo fratello Omar.

L’arrivo in campo profughi, il freddo, la calca tra bambini per afferrare cibo e acqua dai camion di aiuti rende la nostra casa, un sogno lontano, pensavo alla mia pianola, che non l’avrei più rivista… eravamo nudi e senza niente.

Ho sofferto come un cane, per non poter donare il mio aiuto agli altri, cosa potevo dare ai miei sfortunati fratelli se io stesso non avevo nulla… neanche il fiato per respirare, e neanche più gli occhi per piangere.

È stato allora che, decisi di diventare medico.

Volevo offrire qualcosa al mio popolo innocente e disgraziato. Noi curdi chiedevamo solo pace, ma nei secoli siamo sempre stati aggrediti e martoriati.

Anche oggi, siamo in guerra contro Isis. Sono stati anni duri, a causa dell’embargo e della nuova guerra tra Usa e Iraq; mancava la corrente e studiavo con la boccetta di petrolio accesa sui libri, ma non demordevo, e i miei genitori fecero di tutto perché io e mio fratello minore avessimo un’istruzione.

Avrei voluto conquistare almeno la dignità di essere riconosciuto come un essere umano e il diritto di sognare un futuro per me e per gli altri. Che poi è l’unica ragione che muove il mondo, e lo rinnova.

Il mondo è abbastanza grande da accogliere tutti quanti noi, apriamo le porte, costruiamo i ponti, edifichiamo  la pace. Perché malattie e morte ce ne sono state abbastanza… e non serve solo odiare e condannare.

Bisogna trovare la forza per unirsi contro la barbarie e la violenza, non solo per garantire e difendere la democrazia, minacciata da forze oscurantiste d’inusitata mostruosità.

È da condannare ogni silenzio nei confronti di queste tragedie e bisogna invece sostenere chi da sempre è impegnato in prima linea per il dialogo tra le religioni e le culture e per la sviluppo dei principi di pluralismo e rispetto della libertà.

È stata una giornata molto intensa.

Affiora la stanchezza e sono tanti i sentimenti che ho accumulato in tutte le visite che ho fatto. Davanti ai miei occhi scorrono gli occhi di tutte le bambine e i bambini che ho incontrato, abbracciato e ascoltato.

Gli occhi appassionati degli operatori sanitari che ho ammirato.

Qualcuno di noi cede e da spazio alle lacrime: è giusto così, non si riesce a tenere tutto dentro, non è umano. Come non è umana questa guerra, anche se, è voluta da uomini…

Oggi Sento forte l’orgoglio di lavorare per chi ha bisogno.

Oggi sono un medico del mondo, sono il soccorritore dei poveri e dei miseri.

Il lavoro che faccio sul campo è indispensabile ed efficace allo stesso tempo.

Sì, perché… mentre tu hai una cosa, può esserti tolta. Ma quando tu dai, ecco, l’hai data. Nessun ladro te la può rubare.

E allora è tua per sempre.” Il silenzio e l’indifferenza, certe volte, fanno più danno delle bombe.

Teresa Averta

IL MIO NUOVO LIBRO: “GOCCE DI LUCE”

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Questa è la pagina ufficiale del mio libro “GOCCE DI LUCE”
pubblicato con StreetLib – Pubblicazione, distribuzione e servizi di editoria digitale che si preoccuperà di divulgarlo in tutte le librerie d’italia…
L’opera potrà essere disponibile in e-book e in formato cartaceo.
Grazie di cuore per la disponibilità e il sostegno che dimostrate ai giovani poeti e scrittori
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https://stores.streetlib.com/it/teresa-averta/gocce-di-luce

SCRIVO E COSI’ AMO….

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Così un altro Natale è arrivato. Ma prima che vada via… mi prendo un momento anche per me. Poltrona, camino, una tazza e il mio libro, per scorrere rapidamente tra le dita le pagine… per viaggiare con le parole che hanno riempito quel vuoto bianco.
Natale è condivisione, una nascita, un nuovo inizio, come ogni volta, ogni volta diverso.
La scrittura è il mio momento di … condivisione solitaria. E come il Natale, il mio rito non manca all’appuntamento, sempre “puntuale”.
Amo la scrittura per la stessa ragione per cui amo il Natale: unisce le persone, mentre il tempo si ferma.

Teresa Averta

NATALE, IL TEMPO CHE MERITI…

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Natale. Parola Importante, Parola Magica, Parola vera, Parola Viva.
Ma cos’è il Natale, per la gente, nel 2016?
Per molti è una festa religiosa in cui si celebra la nascita del figlio di Dio.
Per altri è una festa legata ai regali, al consumismo, ai pranzi di famiglia più o meno sentiti, più o meno obbligatori. Per i bambini è il giorno più bello dell’anno, quello in cui si aprono i pacchetti sognando i regali tanto desiderati, in cui arriva Babbo Natale, in cui immaginazione e magia per un attimo si confondono e si tramutano in realtà…una realtà, apparentemente bella perché intorno a noi c’è tanta crisi.
Crisi: di valori, di affetti, di soldi, di lavoro…e perché no, crisi di tempi sprecati, di tempo trascorso male, di tempo consumato inutilmente! Ma non me ne dolgo !
Io, che da ogni cosa negativa, traggo il lato positivo…io che trovo la gioia nei meandri più impensati della laboriosa mente…io che aspetto la felicità seduta su una pietra dura, sotto il mio cielo trapuntato di stelle, per non perdere l’Alba di ogni Nuovo giorno.
E quindi penso serenamente: se questa crisi, vera o presunta che sia, diventasse una straordinaria opportunità? Se molti di noi si fermassero per un attimo a pensare veramente alla persona a cui vogliono fare un regalo? Perché non rinunciare alla corsa folle in qualche centro commerciale, decidendo invece di regalare. Regalare un po’ di Amore?
Non serve donare un disegno, una lettera, una foto, un pacchettino; cose fatte e pensate per la persona a cui sono destinate. Non basta!
Si potrebbe regalare del tempo…che meraviglia!
Ci si potrebbero donare dei “buoni”. Buoni tempo…ahahahah, non ci avevate pensato!
Un’idea originale e meravigliosa: io ti regalo un buono valido per un po’ del mio tempo, quello necessario ad aggiustarti quel tubo che sgocciola da mesi, il tempo utile per bere un caffè insieme e dirti quanto ti voglio bene. Io ti regalo un buono valido per un po’ del mio tempo, quello necessario a tenere i tuoi figli quando sei impegnato o a insegnarti la mia ricetta speciale, o ad accompagnare te e tua madre a fare una gita fuori porta. Ti regalo un po’ del mio tempo per colmare la tua antica solitudine o per asciugarti quella vecchia lacrima che trattieni da giorni.
Ti ritaglio un pezzo di tempo per chiacchierare con te e ascoltare le tue confidenze, i tuoi problemi e, a guardarti raccontare tuoi dolori… e cucire insieme le nostre anime strappate dalle miserie della vita.
Qualunque altra cosa io possa fare per te…sarà Tempo Donato…tempo di qualità, tempo prezioso e significativo.
Doniamo il nostro tempo, la nostra attenzione, il nostro cuore…prima che sia troppo tardi!
Sarà retorico, banale, buonista, ma è anche dannatamente giusto.
Se spendessimo meno denaro in cose inutili potremmo avere più tempo libero da dedicare agli altri e a noi stessi….se trascorressimo più tempo con gli altri e come se lo dedicassimo a Dio.
BUON NATALE ALLE PERSONE DI CUORE CHE NON SI ASPETTANO NIENTE DAGLI ALTRI PERCHE’ NON RIMARRANNO MAI DELUSE…

Teresa Averta

Grande e di notevole spessore culturale, la serata appena trascorsa! Sullo sfondo delle mura antiche della ex Chiesa di santa Chiara in Tropea, ha preso vita l’eccezionale evento della presentazione del calendario 2017 – “14 anni di poesia”- dell’ associazione onde mediterranee. In una meravigliosa cornice culturale che ha immortalato: arte e musica e poesia d’autore, abbiamo vissuto intense emozioni che sono arrivate felicemente al pubblico presente. Sono intervenuti illustri ospiti, tra cui, l’architetto L. Giffoni, personaggio di nota fama mondiale che ha impreziosito la nostra indimenticabile serata!!!

Grazie di cuore a tutti coloro che hanno collaborato, grazie all’ Associazione Onde Mediterranee, e in particolar modo al Presidente prof. Pasquale De Luca promotore di quest’ importante e riuscitissima manifestazione!!

READING’S DAY

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15241377_10207629982373022_8744416292206183146_n.jpgOggi si è concluso il meraviglioso viaggio culturale della nostra scolaresca…tutti i bambini guidate dalle loro maestre sono entrati in un mondo “nuovo” dove hanno respirato arte, storia, e profumo di libri. Un’ affascinante esperienza legata al “progetto lettura” che ha arricchito il bagaglio culturale e sociale dei piccoli, che hanno avuto risposte alle loro domande e curiosità…un viaggio, seppur breve, che li ha catapultati nel mondo della conoscenza, della fantasia e della riscoperta che i “libri” potrebbero diventare inseparabili compagni di viaggio della loro vita.

TRA LE RIGHE DEL CUORE

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LEGGERE” è importante per tutti noi…a prescindere dal genere scelto che dipende dalla nostra formazione,dai nostri modi di pensare e quindi dalle nostre ideologie,e anche dal nostro credo;una cosa però è sicura, sotto questo cielo, siamo tutti esseri umani…è siamo continuamente alla ricerca di Qualcosa o Qualcuno, o anche di noi stessi; pertanto nuove conoscenze in libri, avventure o persone non fanno che arricchire il nostro bagaglio esperienziale e culturale.
Se abbiamo sete di conoscenza dobbiamo bere qualunque sia la fonte, senza paura e senza discriminazione alcuna…a piccoli sorsi o in quantità…dipende dalla sete che abbiamo…ci sono molte voci nel mondo…noi seguiremo sempre quella del Cuore!!!

Teresa Averta

CARL GUSTAV JUNG (1875-1961)

Jung.jpgRiprendiamo il nostro cammino letterario, a passeggio con scrittori e poeti…
CARL GUSTAV JUNG (1875-1961)
Questa sera propongo Carl Gustav Jung, grande e illustre personaggio, che ha dedicato la propria vita allo studio della psicologia, dell’antropologia, e infine della scrittura. E’ il padre della psicologia analitica o psicologia del profondo. Si occupò della storia del singolo individuo interessandosi sempre più alla collettività umana e distaccandosi da Freud, di cui all’inizio aveva seguito gli insegnamenti, nel 1913. Secondo Jung, oltre all’inconscio individuale, esiste un inconscio collettivo che si esprime negli archetipi. L’individuo si trova a confrontarsi sia con il proprio sé che con l’inconscio collettivo nel nostro percorso di vita. Aldilà della sua teoria di pensiero, l’autobiografia di Franz Jung è un monumento letterario rilevante sotto molti aspetti. Il critico Fritz Mierau ha definito Franz Jung “Lo scrittore tedesco più complesso del ventesimo secolo”. Sulla definizione si potrebbe discutere, ma è certo che Jung sia anche lo scrittore tedesco “più dimenticato” del suo tempo. E per questo, essendo un’accanita lettrice di Psicologia oltre che di Letteratura, mi è piaciuto riesumarlo e ricordarlo in queste poche righe. Jung non ha mai aspirato ad essere uno scrittore borghese, la sua autobiografia va oltre la riesumazione vanesia di eventi e persone trascorsi, il suo valore deriva principalmente dall’analisi impietosa delle relazioni: “io non scrivo a partire da un’idea, da una teoria o da una comunità, bensì solamente da dentro di me, per me e nel mio caso soprattutto contro di me”. Non una compiaciuta e catartica rievocazione, ma una più travagliata autoaccusa. Possiede uno stile che fa emergere, una tensione esistenziale e intellettuale che ne informa la gestazione. In particolare, la lingua conserva a tutt’oggi un’evocativa intensità, accentuata dal suggestivo accostamento di temi eterogenei e disparati nell’argomentazione, caratteristico della prosa junghiana. Dopo un intenso sodalizio umano e scientifico con Sigmund Freud, come dicevo, nel 1913 si distaccò dalla psicoanalisi. Ne seguì un lungo periodo di serrato confronto con l’inconscio e le sue illustrazioni archetipiche, da cui nacquero varie opere, a mio avviso stupende, e sicuramente da leggere. La più importante, io ritengo sia, l’opera unica del Novecento che è il “Libro rosso”, il cui manoscritto, corredato di splendide illustrazioni, l’autore non volle dare alle stampe in vita.
Ecco un estratto prezioso del suo pensiero…

ESTRATTO DA “IL LIBRO ROSSO” DI JUNG:

“Sono stanco, anima mia, troppo a lungo è durato il mio vagare, il cercarmi al di fuori di me. Sono passato dalle cose e ti ho trovato, dietro a cose di ogni sorta. Ma nella mia peregrinazione attraverso le cose ho scoperto l’umanità e il mondo. Ho trovato gli esseri umani. E te, anima mia, ho ritrovato, anzitutto nell’immagine che è presente nell’uomo, e poi ho trovato proprio te..
Chi sei tu, piccola? In veste di bambina, di ragazza, i miei sogni ti hanno dipinto, non conosco per nulla il tuo mistero…
Come mi sembra strano chiamarti bambina, tu che reggi nelle tue mani cose infinite. Percorrevo la strada del giorno e tu camminavi invisibile al mio fianco, mettendo insieme tutti i pezzi e facendomi scorgere in ogni frammento l’intero.
Hai tolto quando io pensavo di trattenere, e mi hai dato quando non mi attendevo nulla. E continuamente, da lati sempre nuovi e inattesi, facevi nascere eventi decisivi per il mio destino. Là dove seminavo, tu mi rubavi il raccolto, e dove non seminavo, mi donavi frutti a profusione. E in continuazione perdevo il sentiero, per poi ritrovarlo lì dove non me lo sarei mai aspettato. Tu mantenevi viva la mia fede, quando ero solo e prossimo alla disperazione. In ogni momento cruciale mi hai donato fiducia in me stesso”.
(Carl Gustav Jung)

Teresa Averta

GIOIOSE NEWS

EVVIVA!!! MAIL ARRIVATA POCHI MINUTI FA…
LA MIA LETTERA FINALISTA ALLA MOSTRA DEL FESTIVAL DELLE LETTERE A MILANO PER -VIVERE ONLUS-

-Buongiorno Teresa,
La contattiamo per informarla che la sua lettera è stata selezionata per diventare parte della mostra illustrata LETTERE ALLA VITA, un appuntamento unico che nasce per valorizzare e vivere insieme le emozioni contenute nelle migliori LETTERE ALLA VITA raccolte in questi anni dal Festival delle lettere.
Siamo rimasti molto colpiti dalla sua Lettera candidata per la categoria LETTERA A TEMA LIBERO e dedicata alla Vita che si inserisce a pieno nella categoria LETTERA ALLA VITA promossa in questi anni in collaborazione con Chiesi Farmaceutici tanto da selezionarla insieme ad altre 14 per la mostra in oggetto.
La sua lettera sarà quindi esposta e accompagnata da un’illustrazione inedita realizzata da Pietro Puccio, artista visivo, graphic designer e insegnante presso la NABA.
La mostra sarà aperta al pubblico dal 17 al 20 novembre presso il Chiostro dei Glicini in Via San Barnaba 48, Milano.
L’ingresso è gratuito e Il numero di partecipanti contribuirà a determinare il valore del sostegno che Chiesi Farmaceutici destinerà ad un progetto di ricerca a favore dei bambini prematuri, in collaborazione con la Clinica Mangiagalli.
Le lettere in mostra saranno inoltre inserite all’interno di un catalogo accompagnate dalle relative illustrazioni.
Sperando di poterle regalare così una nuova emozione
ci congratuliamo ancora con lei e la aspettiamo alla mostra.-

Il team del Festival delle lettere

GRAZIE DI CUORE!!!