TERRA DI NESSUNO

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A cosa servo? Ormai a poco!

Di me, pastore nomade, che se ne fanno? Che se ne fa il mondo di un povero e ignorante pastore come me?

Sono un peso, un girovago… sulla mia terra natia… non ho più la possibilità di accampare diritti su questa terra, terra che amo, terra che mi appartiene. Se ci penso…mi sale il sangue alla testa.

Dalla Sila all’Aspromonte la Calabria grondava latte, e ora non ci sono neanche le mucche pazze.

Una volta, mentre le stelle si accendevano sui monti del Pollino, chiedevo a mia moglie di mettere sul fuoco una bella zuppa di cipolle e oggi, i fornelli sono in ferie perenne, perché anche lei travolta da un insolito destino…e si eh, dal destino di un tempo virtuale, di un tempo tecnologico, scrive al computer. Invia messaggi di posta elettronica e chatta con i miei figli che studiano a Londra.

Sono un pastore di Calabria, triste, perché la mia terra è abbandonata. Abito una terra affascinante ma deserta, dove non sono rimaste neanche le lucertole per scaldarsi al sole, ma son scappate via, perché il sole brucia, brucia di malinconia.

Non so più, dove andare…e cosa fare. Non c’è più vita in questa bella e infelice terra. Sono qui, adagiato sulle pietre dure di una storia stanca, che non vuol finire, ma non ha la forza, neanche di morire.

Sono qui, solo con i miei ricordi, indispensabile vincastro per la mia vecchiaia. Che mi da sicurezza.

Com’era bello, una volta, quando tornavo dalle fiere pugliesi e lucane.

Io pastore calabrese, giovane e forte come un toro, tiravo con me, mule cariche d’oro, sacchi tintinnanti che seppellivo nelle fondamenta di palazzi monumentali.

Ogni chiesa, ogni capitello, ogni portale di quelle valli è cresciuto su montagne di lana. Costruivo…con le mie pecore. Costruivo la vita. Costruivo la storia.

Era un immenso belato. Era un belato ululato, l’eco dentro la valle del tempo, il grido spinoso, di un lupo affamato di vita, di storia, di natura e poesia.  «Settembre andiamo, è tempo di migrare», scriveva Gabriele d’ Annunzio, amico del mio peregrinare.

Anche oggi è tempo di andare, ma per sempre… questa non è terra di vita, ma solo terra di passaggio e di memoria.

La terra dei pastori…non c’è più…

Eravamo un popolo di pastori e oggi siamo un popolo di strani colti, e di incolti funzionari, di eretici portieri e di bidelli bighelloni che rinnegano il loro passato.

Un passato che non serve, perché l’hanno sepolto…come una carogna puzzolente…ma pur sempre passato glorioso o no, ma pur sempre zeppo di Magna Grecia.

Ah poveri noi, anzi che dico, più forte voglio dirlo, e gridarlo: miseri noi!

Non siamo più carne nostrana, e la gente che ci guarda con sufficienza, corre a comprare insipida carne straniera sui banconi luccicanti dei supermercati. Carne piena di cancro e di muffa.

Che volevamo? Questo e pure peggio ci tocca!

La nostra casa, la nostra madre terra avvelenata da ingiusti rancori. Avvelenata e vituperata dai suoi stessi figli, che ha tenuto nelle calde viscere.

Il prezzo da pagare è molto alto. E si paga. E lo pagherà chi camperà più a lungo. Lo pagherà chi verrà dopo di noi.

Strano e maledetto destino a chi se la prende con la propria terra: un secolo e mezzo dopo l’Italia unita sta dando il colpo di grazia ai nipoti di quegli indomabili, spazzando via l’ultima sacca di resistenza, il mondo agropastorale, il mio mondo pulito e naturale, il mondo dei pastori.

I pastori: gente sporca di terra nera, ma che profuma di dignità. Gente povera e umile ma non analfabeta di sentimenti, cui viene tagliata ogni possibilità di riscatto.

L’Italia è diventata terra di porci e di cinghiali. Un prato devastato con la forza e l’ambiguità.

Mi sono stancato e rannicchiato sui miei insulsi e veri pensieri, stasera. Mentre attendo il tramonto.

E volgo lo sguardo al cielo, un’ultima volta, prima che si accendano le stelle sui monti del Pollino.

Ora, chiudo la finestra di un mondo ingiusto e corrotto prima che mia moglie se ne torni, in questa piccola cucina, dove il focolare l’aspetta; in questa piccola cascina in affitto, dove ogni giorno, bisogna fare quadrare i conti per procurarsi un pezzo di pane e un bicchiere di latte, e dove bisogna, purtroppo fare i conti con un futuro che non c’è.

In questo momento unico e irripetibile, perchè ogni giorno non è uguale agli altri, sui monti degli appennini, in questa vecchia ma calorosa cascina, ci si scalda una bella zuppa di cipolle sul fuoco. È la nostra zuppa genuina e fresca preparata con le migliori verdure del nostro piccolo orto.

E mentre la consumiamo…sul computer di mia moglie- io non sono tecnologico- arriva un messaggio di posta elettronica dei nostri figli che studiano a Londra.

Sono ragazzini svegli e allegri, come in città non ne trovi più, e ci seguono per chilometri portandosi dietro i libri di scuola, sempre con un occhio alla montagna, alla nostra e amata terra, dove passano le pecore e i lupi. E purtroppo anche i porci e i cinghiali.

La sera andiamo a letto presto. Perché la mattina ci si alza prestissimo, per dare il mangiare a quelle poche creature animali rimaste.

L’ovile è la solitaria reception di un campeggio abbandonato, un rudere pieno di vento dai vetri rotti, ma lo stesso il rientro del gregge è una festa grande.

È un rito quasi liturgico ormai, quando a un tratto, i capretti rimasti alla base, sentono l’arrivo delle madri ed escono tutti a valanga, calamitati da quelle tette gonfie di buon latte montanaro, schiamazzando come bambini alla fine dell’asilo.

Una scena millenaria. Il gigante buono adora quel lavoro. E Il pastore intelligente è quasi sempre buono.

Per ognuna delle mie bestie avevo costruito un collare decorato in legno d’acero. Perché le mie pecore erano eleganti come me. Vestite di dignità.

Ma ora è pieno d’amarezza, pieno di nefandezze, e la terra è bruciata, bagnata dal veleno, insudiciata da lupi famelici che hanno divorato tutto: semi, fiori e verità, hanno strappato piante, alberi e dignità…non hanno lasciato neanche un briciolo di pane e dignità.

E non ne ho più…pane, neanche per offrirglielo a miei figli quando torneranno.

Se torneranno… in questa terra di Nessuno

Teresa Averta

IL RACCONTO DI UN PROFUGO

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Non posso dimenticare il pianto di bambini migranti… lì sul limbo serbo dopo aver attraversato la rotta balcanica.

Ho visto adulti e bambini ammalarsi, e morire di fame e di freddo.

Ho fatto migliaia di chilometri a piedi, per arrivare sino a qui, con quei pochi soldi risparmiati in tutta una vita: denaro raccolto facendo le collette davanti alle chiese; ho venduto la casa che mi aveva lasciato mia madre e gli animali.

Ora non ho più paura, il freddo è il meno che mi possa capitare.

Voglio andare avanti, come gran parte dei profughi afghani e pakistani accampati dentro le stazioni, ho attraversato mari e montagne in Iran e Turchia, mi sono fermato nei centri di accoglienza greci, bulgari, macedoni, prima di raggiungere Belgrado.

Vorrei che qualcuno mi aiutasse, aiutasse la nostra gente.

In verità io penso che la gente non sia così stupida, ha solo bisogno di verità la gente come me…

Mi sento completamente disarmato di fronte a tanta sofferenza.

Siamo poveri e spogli di tutto e tanto sporchi di fango, ma quello che mi fa più male è il fango della loro indifferenza. L’indifferenza di chi sta meglio di noi, e non capisce e non può capire perché ha avuto una vita più facile della nostra.

Oh Dio, quanto vorrei trovare un pezzo di terra, un pezzo di campo profughi dignitoso, di attesa, dove le persone possono almeno nutrirsi e dormire. Un angolo anche buio e sporco ma pur sempre un posto per questi bambini costretti al nomadismo e alle privazioni, un momento di scuola dove trovarsi.

Cammino dentro la Storia. Una parte di Storia che non avrei mai voluto vivere.

Dio, come sono straordinari quei bambini sfortunati, e nei loro occhi s’intravedono ancora le fiamme dell’inferno. Hanno ancora i segni di quelle fiamme, li portano anche sul viso, sulle braccia, sui piedini scalzi.

Le mie parole si perdono oltre la sconfinata vallata.

Perché è facile parlare di guerra senza averla mai vista, senza saperne nulla, senza conoscerne gli effetti devastanti sulla vita – ma quando ti ci trovi davanti, capisci che le parole giuste, in realtà, non esistono.

Esistono, al più, silenzi giusti, e forse, in taluni casi, neanche quelli.
Decine di centinaia di famiglie siriane sono fuggite dal clamore della guerra, nascoste in silenzio in casolari, stalle, garage abbandonati di questa splendida, meravigliosa città di frontiera.

Rifugi abbandonati da chi, prima di loro, è fuggito dal fragore dei missili, dalla certezza della morte.

 Da questo confine sono verosimilmente passati più di quattro milioni di profughi.

Un’intera generazione di bambini siriani sta crescendo senza avere mai conosciuto la pace.

Non c’è stata pace per noi. La mia infanzia era scandita da bombe e morti, mio padre restava nascosto in casa per non essere preso e mandato a combattere contro gli iraniani in una guerra non nostra.

La mia, era una bella famiglia, ricca delle cose essenziali, amore e cultura; amavo la musica e i miei mi fecero studiare pianoforte.

Non potendo mai uscire da casa per la guerra, suonavo tutto il giorno la pianola… poi un giorno, decisi di scappare.

Ben presto, però l’invasione irachena spezza ogni sogno e ci costringe a un esodo biblico: tra le colonne interminabili che s’inerpicano sulle montagne desertiche, c’è anche il mio piccolo fratello Omar.

L’arrivo in campo profughi, il freddo, la calca tra bambini per afferrare cibo e acqua dai camion di aiuti rende la nostra casa, un sogno lontano, pensavo alla mia pianola, che non l’avrei più rivista… eravamo nudi e senza niente.

Ho sofferto come un cane, per non poter donare il mio aiuto agli altri, cosa potevo dare ai miei sfortunati fratelli se io stesso non avevo nulla… neanche il fiato per respirare, e neanche più gli occhi per piangere.

È stato allora che, decisi di diventare medico.

Volevo offrire qualcosa al mio popolo innocente e disgraziato. Noi curdi chiedevamo solo pace, ma nei secoli siamo sempre stati aggrediti e martoriati.

Anche oggi, siamo in guerra contro Isis. Sono stati anni duri, a causa dell’embargo e della nuova guerra tra Usa e Iraq; mancava la corrente e studiavo con la boccetta di petrolio accesa sui libri, ma non demordevo, e i miei genitori fecero di tutto perché io e mio fratello minore avessimo un’istruzione.

Avrei voluto conquistare almeno la dignità di essere riconosciuto come un essere umano e il diritto di sognare un futuro per me e per gli altri. Che poi è l’unica ragione che muove il mondo, e lo rinnova.

Il mondo è abbastanza grande da accogliere tutti quanti noi, apriamo le porte, costruiamo i ponti, edifichiamo  la pace. Perché malattie e morte ce ne sono state abbastanza… e non serve solo odiare e condannare.

Bisogna trovare la forza per unirsi contro la barbarie e la violenza, non solo per garantire e difendere la democrazia, minacciata da forze oscurantiste d’inusitata mostruosità.

È da condannare ogni silenzio nei confronti di queste tragedie e bisogna invece sostenere chi da sempre è impegnato in prima linea per il dialogo tra le religioni e le culture e per la sviluppo dei principi di pluralismo e rispetto della libertà.

È stata una giornata molto intensa.

Affiora la stanchezza e sono tanti i sentimenti che ho accumulato in tutte le visite che ho fatto. Davanti ai miei occhi scorrono gli occhi di tutte le bambine e i bambini che ho incontrato, abbracciato e ascoltato.

Gli occhi appassionati degli operatori sanitari che ho ammirato.

Qualcuno di noi cede e da spazio alle lacrime: è giusto così, non si riesce a tenere tutto dentro, non è umano. Come non è umana questa guerra, anche se, è voluta da uomini…

Oggi Sento forte l’orgoglio di lavorare per chi ha bisogno.

Oggi sono un medico del mondo, sono il soccorritore dei poveri e dei miseri.

Il lavoro che faccio sul campo è indispensabile ed efficace allo stesso tempo.

Sì, perché… mentre tu hai una cosa, può esserti tolta. Ma quando tu dai, ecco, l’hai data. Nessun ladro te la può rubare.

E allora è tua per sempre.” Il silenzio e l’indifferenza, certe volte, fanno più danno delle bombe.

Teresa Averta

Un estratto di “GOCCE DI LUCE” -Teresa Averta-

Un estratto di “GOCCE DI LUCE” -Teresa Averta-
[…] Una grande ed elegante aquila si avvicinò a loro e disse: – “Sono qui per dovere, per sentimento e anche per ringraziarvi per tutto quello che state facendo, e per dirvi che Noi creature di Dio: animali e uomini bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un’ultima base sicura per edificarci una torre che s’innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento scricchiola, e la terra si apre sino agli abissi” …

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IL MIO NUOVO LIBRO: “GOCCE DI LUCE”

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Questa è la pagina ufficiale del mio libro “GOCCE DI LUCE”
pubblicato con StreetLib – Pubblicazione, distribuzione e servizi di editoria digitale che si preoccuperà di divulgarlo in tutte le librerie d’italia…
L’opera potrà essere disponibile in e-book e in formato cartaceo.
Grazie di cuore per la disponibilità e il sostegno che dimostrate ai giovani poeti e scrittori
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IL CLOCHARD “UN CUORE VAGABONDO”

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A volte, temo che mi spezzino … che mi sciupino, che mi sporchino con la loro cattiveria, con la loro indifferenza, con la loro miseria d’animo.
La gente, sì quella Gente senza Cuore.
Oh! Che sciocchezze! Poi guardo la mia vita, ed è libera.
I miei fianchi non hanno lacci d’argento o d’oro ma proverò a farli brillare. Brilleranno di libertà, d’aria pura, di limpido cielo.
Sono sempre fuori… e fuori di testa, ma non come pensano loro… sono fuori dal mondo infame, che ti distrugge solo perché hai bisogno di un pezzo di pane.
Sono lontano dai ruba sogni e preferisco giocare con i topi delle fogne cui appartiene quella sottile e calda sensibilità, e per questo mi fanno compagnia.
Non morirò stasera e nessun amico se muoio sotto il pianto della luna, penserà che sono stato forte ma, dirà che è stata solo questione di fortuna.
Respiro però … respiro ancora, e questo basta! Non è arrivata la mia ora…
E ho trovato questa vecchia biro per la strada per scrivere, una cartolina a Dio… chissà se arriverà… in Paradiso, e se Pietro avrà un occhio di riguardo per me.
Queste poche righe… questa sgangherata cartolina, la porrò nel mio vecchio berretto… la lascerò al caldo, la coprirò come faccio con il mio cuore freddo e solo.
Perché io sono incolore. Io sono un vecchio clochard che non dimentica nulla.
Che se ne va in giro con la sua borsa lacera, piena di giorni ormai andati, di oggetti inutili, di sorrisi da riascoltare per continuare a vivere.
E da solo, qui con il mio cane, pensavo all’uomo che crede, di essere speciale nei confronti delle altre creature… ma davanti a Natura l’uomo è solo uomo e basta!
E volevo pure ricordargli che, SOLO se è stato buono, avrà l’onore di morire da farfalla… io forse morirò da Aquila perché ho alzato troppo le ali… e sì perché ho amato troppo, sono stato generoso con tutti… e purtroppo ho perso tutto… e questo destino tocca a chi ha una grande anima… a chi ha un cuore che non teme gelo e graffi.
Sono caduto. Non mi sono fatto male. E insieme con me, è caduto frangendosi un pezzo di cielo.
Ma il cielo non si rompe mai… e quando cadono i buoni, si copre di nuvole nere;
Eppur tuttavia se si possiede un pezzo cielo e un pezzo di terra la vita non teme, e non si teme neanche la morte ai colpi dell’improvvisa sentenza … ai colpi forti della dannata ipocrisia, ai colpi sordi dell’elegante ignoranza.
Quando il cielo si sarà sfogato bene, arriverà la sua quiete a riportare un po’ di sole sulla terra e tra le spine dell’essenza, forse, nascerà un altro Uomo. Di nuova specie.
Ora sono qui, mio caro mondo, come un aquilone, in attesa di volare.
Seduto, io non parto. Aspetto Qualcuno, anche solo un essere umano che mi Ama, e mi cinge la vita, con fili d’avorio… mi farebbe diventare lucente e mi basterebbe anche solo un suo gesto, anche solo che… che non dimenticassi l’ebano dei miei occhi, quella luce febbrile per custodire in me le carezze della sua anima, l’unica cosa che in me stilla calore.
Mi basterebbe un sorriso per continuare a vivere… un sorriso regalato, un sorriso donato.
Che silenzio, in questa sera!
Rimane solo questo foglio, dove brucia il mio dolore perché sono un uomo giusto e sulla strada della vita ho combattuto per aver Donato Amore senza chiedere nulla in cambio.
Teresa Averta

SCRIVO LA VITA…E MI BASTA!

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Non ho voglia di vincere, di passare avanti, di essere il migliore, non ho più voglia di essere Qualcuno, di arrivare a qualcosa, voglio solo che la vita sfili, se ne vada da dove è venuta, non la trattengo, non voglio trattenere niente.
Voglio solo camminare, guardare avanti; non dire e non fare nient’altro che il giro dei confini, andare sempre più dentro a certi confini, non superarli, non mirare al centro, non mirare alle passioni di tutti, disertare, prendere confidenza col cielo, ma farlo senza vantarsene, non sputare parole sul mondo e sugli altri.
Voglio solo camminare, uscire perché è spuntato il sole, uscire, prendere un paese, passarci dentro, non dire nulla del giorno, non accostare niente alla solitudine, lasciarla intatta, lasciare che la solitudine faccia la sua vita, svolga la sua storia e così pure la tristezza e la stanchezza. Essere stanchi delle battaglie esistenziali, tristi per i problemi del paese, e soli perché nessuno ci capisce…è comunque una grande fortuna.
I buoni sentimenti rigano il mondo come quelli cattivi, come le parole che diciamo e quelle che non diciamo, meglio andarsene in silenzio davanti al mare, in mezzo a un bosco, davanti al musetto di un gattino, o davanti agli occhi di un sorridente bambino.
Voglio camminare e camminare ancora pensando e pregando per i miei fratelli morti sotto la neve, e per quelli che stanno in ansia perché Madre Terra ancora trema. E la guardo questa terra bella e martoriata, e scorgo le fatiche delle formiche, e il coraggio dei leoni in gabbia…che non trovano la forza di fuggire. Ammiro il verde dei campi lucidato dal vento, che lo rende un tappeto elegante per dolci amanti. Guardo le nuvole dissolte che certi uomini pensano di cancellare…ma torneranno le nuvole…perché sono il decoro del cielo.
E c’è anche il Sole…che si fa Amare ma non si fa guardare. Lui sì, che è il più bello di tutti…illumina sempre senza dire niente.
Ecco, e poi ci sono io…poeta a modo mio.
Son finita in un vicolo cieco?
No, ho scritto un racconto. Voi pensate sia davvero solo un racconto. No, ho scritto la vita… E mi basta!
Scrivendo forse mi sono emozionata e forse no. E non so se farò emozionare qualcuno.
Ma per dirvela tutta: scrivo per non morire…
Oggi non credo di essere preoccupata per le sorti del pianeta e men che mai per le sorti dell’umanità.
Perché dovremmo salvarci? A che serve stare qui all’infinito…l’INFINITO NON E’ QUI.
La terra non sa che farsene delle parole…anche se ne scrivete e ne dite…LA VITA VI RISPONDERÀ CON I FATTI…
Ad maiora creature mie!!!

Teresa Averta

RACCONTO DI UNA SCRITTRICE

Dire o non dire:- dipende però, anche dall’accoglienza che la parola incontra…
Io ci ho provato a scrivere questo breve racconto poiché SENTO molto la “Giornata della Memoria”.

… Eravamo sotto l’occupazione tedesca…
Ero una maestra e scrittrice ebrea, insegnavo in una scuola del confine Francese…
In quel periodo di grande persecuzione, gli ebrei erano prima costretti a portare la stella gialla, poi erano allontanati da ogni luogo pubblico, dal loro impiego, dalle scuole.
Anni oscuri e dolorosi mi avevano tanto segnato… quanto quei vagoni riempiti di bambini ebrei alla stazione.
Ignoravo tutto,allora, dei metodi di sterminio nazisti. E chi avrebbe potuto immaginarli! Ma quegli agnellini strappati alle loro madri superavano già quello che avrei creduto possibile.
Un sogno che ha finito di dissiparsi per me davanti a quei vagoni carichi di bambini. Amavo tanto i bambini… ero sempre a contatto con quelle piccole grandi creature che illuminavano il mondo.
E tuttavia, ero lontana mille miglia dal pensare che andassero a rifornire le camere a gas e i forni crematori… invece, mio Dio era vero… era tremendamente vero!
Nel Lager ho sentito con molta forza il pudore violato, il disprezzo dei nazisti verso uomini, donne e bambini: tutte vittime umiliate.
E tuttavia io di questo, allora, non ero consapevole.
Solo, quando anch’io fui prigioniera, incominciai a capire… solo quando fui dietro a quelle sbarre maledette, tutto mi apparve dannatamente vero.
E da lì non vedevo più il mare… non vedevo la mia famiglia, non vedevo i miei amici, non riuscivo a vedere più i miei alunni né a pensare che fossero maltrattati dai quei mostri disumani.
Poveri angeli indifesi…poveri piccoli cristi!
Nell’attesa spasmodica e angosciante, pensavo che una volta che ero stata arrestata, tempo una settimana sarei morta e tutta la mia vita, con l’infinito che io sentivo dentro di me, sarebbe spazzato fuori …
Potevo solamente sognare… come sarebbe stato bello se solo fossi potuta uscire da quelle sbarre.
Non potendo scrivere… la mia fantasia volava, correva… attraversava muri sporchi e sbarre d’acciaio…nell’aria solo il silenzio degli innocenti.
Il mio pensiero inquieto fuggiva, come evaso, in cerca di libertà ma in un cielo nero… senza luce e senza speranza.
Il mio respiro si faceva corto e mi arrampicavo sulle sbarre -con le mani fino a farle sanguinare- quando udivo quelle urla strazianti nell’aria per cercare di guardare oltre… oltre l’umano… oltre il limite… oltre la vita dove il silenzio faceva spazio alla morte.
Volevo essere una farfalla e volare. Uscire da quelle sbarre, da quella prigione… Sapevo ormai la sopraffazione, la vergogna, la brutale umiliazione che ci spogliava della nostra umanità, e con essa anche della nostra femminilità.
Ero ancora viva ma mi sentivo già morta. Sentivo che il tempo si era fermato per me, era il tempo dell’odio, dell’ingiustizia, ma era anche il tempo di Dio.
In quel tempo noi tutti, compresa me, dovevamo concentrarci nel perdono, nel perdonare chi ci aveva rinchiuso, chi ci aveva torturato, chi ci aveva annientato.
Quando uscirò da questa prigione, -mi dicevo- il mio unico debito verso Dio sarà solo quello di perdonare il mio fratello prossimo, farò come vuole il mio Dio, farò come vuole il mio Gesù’ con la purezza dell’infanzia e la poesia del cuore.
Non so se sono uscita dalla prigione. So solo che sono morta e rinata… Nascere per caso nascere donna, nascere povera, nascere ebrea è troppo in una sola vita!
Oggi, sono solo una povera e umile scrittrice che ha provato a immedesimarsi in una “grande donna” che ha donato la sua vita per l’umanità… oggi non mi fa più paura il silenzio dei morti perché la Memoria dei giusti ne parla. Mi fa paura invece il silenzio dei vivi… di quelli che purtroppo hanno già dimenticato.
Teresa Averta

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RICORDANDO… Elie Wiesel

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Eliezer Wiesel, detto Elie (Sighetu Marmației, 30 settembre 1928 – New York, 2 luglio 2016), è stato uno scrittore, giornalista, saggista, filosofo, attivista per i diritti umani e professore rumeno naturalizzato statunitense, di origine ebraica e poliglotta, nato in Romania e sopravvissuto all’Olocausto.
È stato autore di 57 libri, tra i quali La notte, resoconto autobiografico in cui racconta la sua personale esperienza di prigioniero e superstite nei campi di concentramento di Auschwitz, Buna e Buchenwald.
Wiesel è stato anche membro dell’Advisory Board del giornale Algemeiner Journal.
Quando Wiesel fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1986, il Comitato Norvegese dei Premi Nobel lo chiamò il “messaggero per l’umanità”, affermando che attraverso la sua lotta per venire a patti con “la sua personale esperienza della totale umiliazione e del disprezzo per l’umanità a cui aveva assistito nei campi di concentramento di Hitler”, così come il suo “lavoro pratico per la causa della pace”, Wiesel aveva consegnato un potente messaggio di “pace, di espiazione e di dignità umana” alla stessa umanità.
Così Wiesel descrisse, nel libro “La notte”, il tragico arrivo al campo di Auschwitz:
« Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. »
LE SUE PAROLE RIGUARDO AL TEMA DELLA PACE : “Il genere umano deve ricordare che la pace non è il dono di Dio alle sue creature; la pace è il dono che ci facciamo gli uni con gli altri”.

(Elie Wiesel, La notte)

HIC ET NUNC (QUI ED ORA)

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Cara vita, ogni tanto, parlare con Te, solo con Te… mi fa bene.
Quante cose belle e anche brutte mi hai insegnato: che non si può avere niente, non si può avere e possedere assolutamente niente e nessuno.
Sì, perché, si può solo Essere in questa vita, infatti, il tuo secondo nome dolce Vita: è Esistenza.
Non si può conquistare niente e nessuno, né cose, né persone, nulla di ciò che esiste in questo meraviglioso e pazzo mondo.
-E il desiderio? Mi chiederai?
-È una bella e magnifica domanda!
Ed io ti rispondo subito: – Il desiderio inganna.
È come un raggio di sole che guizza qua e là in una stanza.
Si ferma e illumina un oggetto insignificante, e noi poveri sciocchi cerchiamo di afferrarlo: ma quando lo afferriamo il Sole si sposta su qualcos’altro e la parte insignificante resta, ma lo splendore che l’ha resa desiderabile è scomparso.
C’è in me una nostalgia di Qualcosa che non esiste nella vita e nemmeno nella morte, un desiderio che su questa terra niente appaga, fuorché, in certi momenti, la musica, quando evoca le lacerazioni di un altro mondo… ma soprattutto la poesia che, come un fiume mi trascina via in mondi altri, nuovi e sconosciuti dove mi sento una regina libera di Amare.
E anche se sono sola, che importa… Bisogna lasciar andare chi non ha mai fatto niente per rimanere, bisogna lasciar andare chi non ci fa rinascere ma ci appassisce e ci spegne.
Non c’è peggiore nostalgia di chi ha perso l’opportunità di essere felice è “qui e ora”.

Teresa Averta

“E’ ARRIVATALA BEFANA”… DIO CHE GIOIA!!!

La calza appesa la sera prima al camino era gonfia, scomparse le scintillanti monachelle sprigionate dall’ulivo ardente della sera e il fuoco trasformato in tiepida brace coperta dal grigiore della cenere e i resti della pigna sgranata la sera prima. Restava il segno del calore, l’odore della resina e qualche buccia d’arancio accartocciata a ricordare la vigilia dell’attesa già trascorsa. Già alle otto della sera del cinque di gennaio i bambini si catapultavano nel letto con la ferma determinazione di restare svegli per scoprire, con un sonno simulato, l’arcano mistero della strana creatura. Prima però si assicuravano che la calza fosse lunga, capiente, appesa e ben visibile. La Befana arrivava però quando il sonno superava la tensione e vinceva sulla curiosità; portava carbone ai bambini un po’ cattivi, e dolci e caramelle a quelli buoni. Tra dolci e fichi secchi, trovavano posto, oltre al carbone, anche castagne, mele, noci, noccioli e un “portogal” una profumatissima arancia.
La Befana del mondo contadino di un tempo portava l’augurio di un buon raccolto.
Ricordo che il carbone lasciato nelle calze dei nostri nonni, non era quello fatto di zucchero che è un piacere sgranocchiare, ma era vero carbone che poi si utilizzava per preparare le caldarroste che i bambini avrebbero mangiato dopo la tradizionale tombola. Questo avveniva, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio che i Re Magi facevano visita a Gesù per offrirgli oro, incenso e mirra. Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, la befana, questa “fantomatica signora” fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni, appare nei cieli, a cavallo della sua scopa, ad elargire doni o carbone, a seconda che i bambini siano stati cattivi o buoni…ed è talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.
Dio che gioia!!! “E’ arrivatala Befana”…
Teresa Averta

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Dio che gioia!!! “E’ arrivatala Befana”…