AFORISMANDO

19149442_10209159479129485_2001971125386343206_n.jpgMi stupisco che mi sia stato possibile “vivere e pregare” eppure ho Vissuto e Pregato…

Teresa Averta

MONTELEONE

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Il giardino delle foglie morte,
Si va scavando la fossa,
Ché la Vita non sa vivere
E s’arrampica su vecchi muri
corrotti da spiriti maligni.
E si scortica il cuore
Giardino di puzzole e parole
I fiori non sbocciano…
Perché veleno è sparso dappertutto.
Poveri figli piangono
Sorte decretata da mercenari
D’ erbe e carne da macello.
Se ancora c’è una tempesta
di opinioni, la prima è la mia.
Non sono qui, a cantar canzoni
Ma sinceramente, mi sono rotta i coglioni.
Perdonate il mio ardire…
In questo giardino c’è fame…
E voglia di morire.

Teresa Averta

(chiedo scusa per la licenza poetica)

AFORISMANDO

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Sono come un albero, il vento mi muove, l’uragano mi scuote, la tempesta mi piega…ma non mi Spezzo!!!


Teresa Averta

L’INGRATITUDINE

L’ingratitudine e la riconoscenza sono tratti salienti degli intricati rapporti umani.
L’una è prova di arroganza e disprezzo, l’altra di amicizia indissolubile.
Se l’ingratitudine evoca i motivi del tradimento, la riconoscenza sancisce la benevolenza verso chi ci ha aiutato, spesso senza chiedere nulla in cambio.
Oggi il dissolversi delle buone maniere evidenzia il logoramento delle più elementari consuetudini relazionali.
Si è ingrati, senza più accorgersene, si è riconoscenti quanto basta per ottenere favori, all’insegna dei più impliciti rapporti di scambio.

Teresa Averta

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AFORISMANDO

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Ed io mi accontenterò, sempre di poco, perchè ho già Tutto!!!


Teresa Averta

“CHÈ LA PAROLA NON DEVE RUBAR NULLA, NÉ DAR NULLA DI SUO AL PENSIERO”. cit. G. Puccianti

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Prosa e Poesia: sono sorelle, cugine o che cosa?
Qualcuno si chiederà se c’è parentela, gemellaggio, ma in realtà che differenza c’è fra Prosa e Poesia ?
La poesia racchiude tanto in pochissimi versi; la prosa è più lunga, e sembra dica di meno… ma tutto è importante in Letteratura.
[… ] “Forse son io, sì come Ovidio era, | che non sapea parlar, se non in verso; | se ben parlava da mattina a sera. | Io rifiuto la prosa, e torno al verso” …
Bene! Forse sono un po’ come Ovidio… chissà!
Per Teresa Averta, la prosa migliore è quella che è più piena di poesia, sia se racconta storia, poemi epici e sermoni, o trattati, traduzioni, racconti e via dicendo.
Sono convinta che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi vi è ricerca di un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, e memorabile.
Ho tanta voglia di cantare la storia in parole, in versi, fare degli avvenimenti del mondo, un canto, per conoscerla, e farla conoscere ai posteri, in un modo nuovo e coinvolgente, vero e sorprendente ma soprattutto appassionante.
L’anima dello scriver Bene è il pensar vero, diritto e distinto; perché la retorica, se non ha il fondamento nella logica, è arte di parolai o ciurmatori.
E la proprietà, l’eleganza, e lo stile devono scaturire dal pensiero, da una mente fine ed educata.
La prosa che racconta, non in versi, o quasi, deve essere anch’essa manifestazione spontanea, immediata ma sempre governata dall’arte, e non come si dice, una sua veste, un abito o un ornamento.
Così l’ordine delle parole deve essere specchio dell’ordine del pensiero.
La sintassi come il lessico, servono nella prosa quanto nella poesia, poiché sono chiamati a diventare strumento efficace di espressione.
E se vuoi scrivere prosa e poesia, dentro l’anima devi possedere quell’impeto irrefrenabile, quella forza insuperabile di pensieri e di affetti, (per la vita, il mondo e la natura), che fa violenza al cuore e all’intelletto.
La nostra letteratura oggi è povera, lasciatevelo dire, ma questo non deve sconfortare i giovani dall’accostarsi allo studio dell’eloquenza della parola, e non alla retorica, attenzione.
I giovani devono essere stimolati e motivati allo studio della letteratura e della poesia, e non farli rifuggire da fonti letterarie antiche italiane e straniere, perché così si seccherebbe la loro vena poetica, che la vita, gentilmente, a loro, ha concesso.
Guardandomi intorno e leggendo a destra e a manca: in web, sul social, sui libri di novelli autori, noto con piacere che la forma di molti letterati, scrittori e poeti esiste, la leggo, la vedo ma non basta!
Quello che manca, e che nessuno può dare in prestito o regalare, ma che ciascuno deve trovare attraverso la meditazione, la ricerca e la speculazione filosofica sono il fuoco della passione, quello che io chiamo il Pathos.
La poesia che si fa carne nel poema, nella storia, nella tensione emozionale e vibrante che si dà nella narrazione, e che va oltre la metrica e la forma.
In essa il Logos poetico diventa sacrificio consumato e divorato, la poesia sospesa tra la carne e la ragione, si consacra all’ineffabile.
Perché oggi questa operazione mistica non avviene? Sapreste forse, darmi una risposta?
Tento di darvene una io!
È compito dei poeti, e solo dei Poeti, rinnovare il mondo agli occhi degli uomini, d’impedire che l’abitudine li renda distratti e ciechi davanti alle cose, di rispiegarle con sempre nuove immagini, nuova creatività, nuovo slancio, e rinnovato stupore.
Sì è vero, oggi il mondo della poesia è una demiurgia autonoma, che però, quando è Vera Poesia, legge molto bene la realtà, cioè Poesia a tutto regime.
E la legge, meglio della storia, della sociologia, e di altre apparenti dottrine e pseudoscienze con pretese d’interpretazione totalizzante.
Fare Poesia significa affinare la propria voce, e prima di fare poesia è necessario essere Poesia.
L’albero per far frutto non ha bisogno di studiare trattati di scienza, ma segue la sua natura di albero, e così un poeta per scrivere non ha bisogno di studiare trattati di metrica, basta scoprire la propria natura di Poeti, se c’è.
Non tenete la poesia in esilio dentro la scrittura, su aridi e bianchi fogli, ma gridatela, declamatela al mondo; è attraverso la sua oralità che la Poesia si fa voce, parola viva, e trova il suo respiro, la sua linfa, il suo sangue e il suo batticuore.
Il poeta scrive perché si compia il destino della parola: quello di essere ascoltata, ma per essere ascoltata, deve essere portata in dono a tutti. Nessuno escluso!
E qualcuno tenterà, erroneamente, di confonderla, di defraudarla, di violentarla o addirittura di dimenticarla.
Come si fa a dimenticare la voce di Dio! La voce dell’universo. Il canto dell’uomo.
Quando il potere corromperà, la poesia purificherà, quando il potere spingerà l’uomo all’arroganza, la poesia gli ricorderà i suoi limiti.
È sarà sempre l’arte che affermerà le verità fondamentali che devono servire come pietre di paragone di giudizio.
Perché il poeta non ha nulla da nascondere ha solo da rivelare, quello che esiste già, ma che molti, con i loro occhi, non riescono più a vedere.

Teresa Averta

L’OMINO DI PAN DI ZENZERO

C’era una volta, un omino di pan di zenzero.

I suoi occhi erano due zuccherini, la sua bocca era anche uno zuccherino.

Il suo corpo era tutto di pan di zenzero.

Lui voleva esplorare il mondo, ma non poteva, perché era ancora piccolo…

intanto si divertiva lo stesso.

L’omino si chiamava Max, e aveva un’amica di nome Susy.

Ogni pomeriggio, Max e Susy giocavano a nascondino, e poi a palla; questi erano i loro giochi preferiti.

Essi, prima che essere amici, erano cugini, dato che le loro mamme erano sorelle.

Susy, era anche lei, una donnina di pan di zenzero come Max. Infatti, in quel paese dove loro abitavano, tutti erano fatti di pan di zenzero.

Ogni estate, quando andavano al mare, si divertivano, molto insieme, a costruire castelli e torte di sabbia.

Un bel giorno però, Max dovette partire con la sua famiglia per Londra, perché i suoi genitori lavoravano lì.

Max, non desiderava lasciare la sua amica Susy, da sola, e la portò con sé.

Così… decisero di partire insieme, verso la città di Londra, e felici e sorridenti affrontarono il viaggio che fu molto lungo, e siccome c’era tanto traffico, arrivarono di sera.

Fu così che i bambini si addormentarono.

Appena arrivati nella capitale dell’Inghilterra, i genitori accompagnarono i bambini in albergo, i quali, si svegliarono, ma dopo un po’, per la stanchezza saltarono subito sui letti.

Il giorno dopo, i genitori di Max andarono a lavorare, e l’omino di pan di zenzero rimase con Susy, e con i genitori della bambina.

Dopo un po’ però…la famiglia di Susy, decise di uscire, a comprare un gelato ai bambini. E tutti insieme si recarono al Luna Park, e poi allo zoo di Londra.

Quando giunsero al parco dello zoo, incontrarono una loro amichetta, di pan di zenzero,di nome Jolanda.

Jolanda parlava in un modo strano… i bambini si chiesero perché?

I genitori risposero che quella bambina parlava semplicemente la sua lingua:il Londinese.

Neanche Jolanda comprendeva i due bambini che aveva di fronte, e i genitori le spiegarono che i loro figli erano italiani.

I tre omini di pan di zenzero: due amichette e un amichetto, fecero subito amicizia e dissero che a loro non importava parlare lingue diverse, bastava volersi bene.

Così… si frequentarono per un po’ di tempo, fino a che impararono l’Italiano, e anche la lingua Inglese.

I tre omini di pan di zenzero diventarono amici per sempre.

The End.
Lo Mastro Aurora (classe 2^)

PICCOLE SCRITTRICI

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Un debutto con i fiocchi, quello di Aurora Lo Mastro, per ora, solo virtuale, in web ma si comincia così…per gioco.
Questa bambina di soli 7 anni, calabrese di origini napitine (Pizzo Calabro), ha terminato di frequentare la 2° classe della scuola primaria della sua città, conseguendo degli ottimi risultati con una pagellina di tutto rispetto.
Una bambina, che a dire della zia Maria, che l’ha sta accompagnando nella sua crescita, è molto curiosa, vivace di parola, forte e tenace nelle sue decisioni, e ama oltre che scrivere, danzare.
Ma la scrittura è il suo pallino principale, sì, perché dovete sapere che consuma decine e decine di quaderni. E se lei, ne completa uno, fa il diavolo a quattro, per averne immediatamente un altro, uno nuovo.
La “povera” e generosa mamma tiene sempre una scorta in casa.
Questa piccolissima donna che ha la passione per la narrativa e i racconti, si cimenta nell’esercizio della scrittura a scuola, a casa, in giardino, in macchina, ovunque possa prendere una penna e scrivere.
La bella e simpatica Aurora, sempre curiosa e attenta agli eventi della sua vita e della sua famiglia, come vi dicevo, ha una proprietà ricca di linguaggio, e naturalmente ha sempre voglia di apprendere, e apprendere cose nuove…e desidera essere ascoltata, tant’è che gli interlocutori con cui si confronta, rimangono a bocca aperta per cotanta intelligenza e perspicacia.
E così il buon Dio ha concesso a questo piccolo angelo, una fantasia che accende il cuore della natura, e soprattutto il cuore di chi le sta accanto. Sorprende la famiglia, le maestre, i parenti, gli amici e ha sorpreso anche me, che come lei ho scoperto di avere il talento della scrittura.
Questa rivelazione: la scoperta di Aurora, scrittrice “in erba” mi onora e mi dà grande gioia. Perché mi sento felice di sapere che condividiamo lo stesso sogno.
Come maestra e scrittrice, desidero, nel mio piccolo seguirla, perché credo in lei, e nelle meravigliose creature come lei.
I sogni vanno coltivati, affinché si possano realizzare…e credo che non sia un caso, se il fato me l’ha fatta incontrare.
Con il Felice consenso dei suoi fortunati genitori, abbiamo deciso che vengano pubblicati i suoi prodotti culturali: racconti, favolette, poesie e quant’altro verrà fuori, dalla meravigliosa mente di una piccola scrittrice.
Ho già creato, per lei, una pagina nel mio Blog: LE FAVOLE DI TERESA: la sua prima e piccola opera di narrativa è un racconto rivisitato in toto, che rimanda alla favola di “L’OMINO DI PAN DI ZENZERO” una fiaba molto nota nei Paesi anglosassoni.
Vi invito a leggere il suo primo racconto e giudicate voi…
Come già spiegato, curerò personalmente l’editing delle sue produzioni, lasciando intatta, la sua fantasia e i suoi stupendi pensieri.

Teresa Averta

PROFUMO DI PRINCIPESSA…

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Ed era così meraviglioso come la sua leggenda … che la curiosità mi spinse ad entrarci…e timorosa mi trovai davanti al Castello di Monteleone, come fossi davanti al paradiso: ingresso maestoso, interni ampi, e vetrate classiche, dalle quali entravano spiragli di luce di memoria antica. Un castello forte e vero . Era la degna dimora della principessa Stupendella…che ad ogni ospite, voleva farlo sentire come a casa. Beh …con lei era ovunque casa…

Estratto dalla fiaba di STUPENDELLA di Teresa Averta

AFORISMANDO

la-forza-che-ci-danno-gli-altri-770x500.jpgQuando desidererai la verità come desideri l’aria, allora saprai cos’è…

Teresa Averta